Si spegne a 88 anni Lenny Wilkens, l’unica figura nella storia del basket professionistico americano ad essere stata inserita contemporaneamente tra i 75 migliori giocatori e i 15 maggiori allenatori di sempre. Un tributo all’uomo che ha plasmato il gioco per sei decenni, in campo, in panchina e oltre.
È con profonda commozione che il mondo del basket saluta Lenny Wilkens, scomparso nella notte italiana all’età di 88 anni. La sua dipartita non segna semplicemente la perdita di un ex giocatore o di un celebre allenatore, ma chiude un capitolo fondamentale della storia NBA. Wilkens non era solo un protagonista: era una costante, un’istituzione, un uomo che ha saputo non solo adattarsi alle evoluzioni del gioco, ma anticiparle, lasciando un’impronta indelebile su ogni franchigia che ha toccato.
Il riconoscimento del suo status unico è scritto nella storia della Lega stessa: inserito sia nel prestigioso “75th Anniversary Team” tra i migliori giocatori, sia nella lista dei “15 Greatest Coaches in NBA History”. Un doppio sigillo di grandezza che nessun altro è mai riuscito a replicare, un testamento della sua mente enciclopedica e del suo impatto duraturo.
Il Titano della Dotta Dualità: giocatore, coach, architetto
Nato nel cuore pulsante di Brooklyn il 28 ottobre 1937, Wilkens ha trascorso una vita intera a respirare pallacanestro. La sua carriera da giocatore si è sviluppata negli anni ’60, un’epoca in cui la figura del point guard era ancora in evoluzione. Wilkens non si limitò a servire assist: al College di Providence, dove mise a segno 1193 punti tra il 1957 e il 1960, aveva già dimostrato una completezza rara.
Scelto con la sesta chiamata assoluta al Draft del 1960 dai St. Louis Hawks, si affermò rapidamente come un playmaker dotato di un’incredibile capacità di andare a rimbalzo e di attaccare il ferro. Era un prototipo avanguardista del play moderno, capace di influire sulla partita in ogni settore del campo, ben oltre il mero ruolo di distributore. I suoi anni a St. Louis lo videro sfiorare la gloria, arrivando alle NBA Finals nel 1961, ma anche gettare le basi per la sua seconda, e forse più impattante, vita nel basket.
Il passaggio ai Seattle SuperSonics nel 1968 segnò l’inizio della sua singolare transizione: per un periodo, Wilkens ricoprì il ruolo di giocatore-allenatore, una figura romantica e intensissima, che lo vide bilanciare l’impegno sul parquet con quello in panchina. Dopo brevi parentesi come giocatore a Cleveland e Portland, fu proprio dai Trail Blazers che Wilkens appese definitivamente le scarpe al chiodo, abbracciando il ruolo di coach a tempo pieno, una mossa che avrebbe cambiato la sua vita e la storia dei Sonics.
L’Architetto di Seattle: dalla Pantera Nera all’Anello del ’79
La vera consacrazione di Wilkens in panchina avvenne con il suo ritorno a Seattle, dove allenò i SuperSonics dal 1977 al 1985. Quegli anni rappresentano l’apice della sua carriera da coach, culminati con la vittoria delle NBA Finals del 1979.
Quella squadra del ’79 non era costruita attorno a un singolo, gigantesco superstar, ma era un capolavoro di equilibrio e profondità, forgiato dalla visione di Wilkens. Giocatori come Gus Williams, Fred Brown, Marvin Webster, Dennis Johnson, John Johnson e Jack Sikma superavano costantemente la doppia cifra di media in stagione regolare e nei playoff. Era un’orchestra diretta magistralmente, in grado di trionfare in un’epoca dominata da rivalità feroci, come quella con i Washington Bullets di Wes Unseld ed Elvin Hayes (e non a caso, in campo c’era anche un certo Larry Wright, destinato poi a riscrivere la storia del basket capitolino italiano). Quell’anello è rimasto il punto più alto della storia della franchigia di Seattle.
La barriera di Chicago: sette anni contro Jordan
Dopo l’esperienza a Seattle, Wilkens tornò in una città che conosceva bene: Cleveland, per allenare i Cavaliers per sette anni. Questo periodo è forse il più emblematico della sua sfortuna strategica. Wilkens portò i Cavs a livelli di eccellenza mai visti, stabilendo per ben due volte il record di franchigia con 57 vittorie in stagione regolare. Ottenne il meritato riconoscimento di Coach of the Year nel 1994.
Eppure, il destino gli aveva riservato un ostacolo insormontabile. Per ben quattro volte in quel lasso di tempo, la corsa dei suoi ambiziosi Cavaliers fu interrotta da un uomo solo: Michael Jordan e i suoi Chicago Bulls. Wilkens fu il testimone privilegiato e la vittima illustre di un’era, l’uomo che più di ogni altro seppe spremere il massimo dai suoi roster, salvo poi infrangersi contro il fenomeno Jordaniano.
La sua carriera fu costellata di questi “e se…”. Ad Atlanta, dove allenò gli Hawks (la stessa città degli ex St. Louis Hawks, una sorta di ritorno a casa), il suo operato fu brillante, ma resta nella memoria la controversa trade che vide Dominique Wilkins lasciare la squadra per Danny Manning a metà stagione. Chissà come sarebbe andata la sua avventura senza quel cambio di rotta.
L’Oro Olimpico e il Record di longevità
Gli ultimi anni della sua carriera in panchina lo videro guidare i Toronto Raptors, portandoli ai primi playoff della loro storia (complice anche la presenza scenica e atletica di Vince Carter), e concludere la sua avventura a New York con i Knicks nel 2005.
Ma la sua influenza superò i confini della lega professionistica. Nel 1996, a 59 anni, Wilkens fu il selezionatore e il capo allenatore del Team USA alle Olimpiadi di Atlanta. Nonostante un clima, a quanto si narra, più teso e meno “onirico” rispetto al primo leggendario Dream Team del ’92 (con soli quattro reduci in campo), Wilkens dimostrò ancora una volta la sua capacità di gestire gli ego e riportò a casa la medaglia d’oro.
Il suo lascito finale è impresso nei numeri della storia: 2487 partite allenate in stagione regolare NBA, un record di longevità e dedizione che testimonia il suo amore incrollabile per il gioco. Non è solo il più vincente in un anello o in una singola stagione a fare la storia, ma chi, come Lenny Wilkens, ha saputo essere un faro, una guida e, soprattutto, l’unico vero doppio gigante della NBA.

