A Tokyo, il sipario sulla maratona femminile dei Mondiali di atletica si è chiuso con un finale degno di un thriller. In un epico duello tra le due regine della lunga distanza, la keniana Peres Jepchirchir ha saputo fare la differenza negli ultimi metri, tagliando per prima il traguardo dello Stadio Olimpico. La sua vittoria non è stata solo una dimostrazione di resistenza, ma anche di intelligenza tattica e di una determinazione ferrea che l’ha portata a battere la rivale etiope Tigst Assefa in una volata mozzafiato.
La fuga improvvisa e la caccia spietata
Il giorno è iniziato con un’alba carica di aspettative, ma con una tattica atipica per una gara di questo livello. L’americana Susanna Sullivan, forse animata da un coraggio sconsiderato o da una strategia geniale, ha deciso di staccare il gruppo fin dai primi chilometri. La sua fuga in solitaria ha creato un’incertezza palpabile, spingendosi fino a guadagnare un minuto e quattro secondi di vantaggio sulla folla di contendenti. Per quasi metà gara, Sullivan ha corso contro il tempo, una figura solitaria e coraggiosa sul percorso di Tokyo. Tuttavia, dietro di lei, il gruppo delle favorite si muoveva inesorabilmente. A un certo punto, due figure si sono staccate dal plotone e hanno iniziato una caccia spietata: Peres Jepchirchir e Tigst Assefa. Le due atlete africane, con passi leggeri e potenti, hanno lavorato in una silenziosa alleanza per annullare il vantaggio dell’americana. La loro progressione è stata implacabile e, intorno al 26° chilometro, il sogno di Sullivan si è infranto contro la realtà: è stata raggiunta e superata dalle due fuoriclasse.
Il duello dei Giganti: quindici chilometri di tensione pura
Con Sullivan fuori dai giochi, la maratona si è trasformata in un’affascinante sfida a due. Per i successivi quindici chilometri, Jepchirchir e Assefa hanno corso spalla a spalla, in un duello che ha avuto più le sembianze di una partita a scacchi che di una gara di resistenza. I loro passi erano perfettamente sincronizzati, i loro sguardi si incrociavano di tanto in tanto, alla ricerca di un segnale di debolezza nell’avversaria. Non c’è stato alcun attacco improvviso, nessuna accelerazione che potesse rompere il ritmo. Hanno mantenuto un’andatura impressionante, come se fossero unite da un invisibile filo che le spingeva in avanti. Hanno corso tra i grattacieli e le strade di Tokyo, con la consapevolezza che ogni metro le avvicinava al momento della verità. Entrando nello Stadio Olimpico, lo stesso dove Jepchirchir aveva conquistato l’oro olimpico quattro anni prima, erano ancora vicinissime.
Il pubblico ha trattenuto il fiato. Non è una scena comune in una maratona vedere le due leader ancora appaiate con solo 400 metri da percorrere. Era chiaro che l’epilogo sarebbe stato deciso in una volata finale, una conclusione che richiedeva sia un’incredibile riserva di energia che una lucidità mentale assoluta.
Una volata da Campioni e il trionfo di chi non si arrende mai
La volata è iniziata. Per prima, è stata Assefa a fare una mossa, accelerando per prendere il comando. Ha superato la keniana e sembrava per un attimo che l’oro fosse suo. Ma Peres Jepchirchir, una vera campionessa, ha mostrato perché il suo nome è sinonimo di trionfo. Con una reazione quasi istintiva, ha rilanciato, trovando una forza che sembrava inesauribile. Il sorpasso decisivo è avvenuto sull’ultimo rettilineo, un atto di pura volontà e potenza. Jepchirchir ha tagliato il traguardo con il tempo di 2h24:43, conquistando un’altra medaglia d’oro in quella che è diventata la sua città del destino. Per Tigst Assefa, un’altra medaglia d’argento ai Mondiali, dopo quella alle Olimpiadi di Parigi, a testimonianza del suo immenso talento, ma anche di una rivale che, nel momento cruciale, ha dimostrato di avere qualcosa in più.
La sorpresa dal Sud America e il bilancio Azzurro
Il podio ha riservato una sorpresa che ha fatto il giro del mondo. Il bronzo è andato a Julia Paternain dall’Uruguay. La 25enne sudamericana, un’atleta totalmente sconosciuta ai riflettori, ha superato le aspettative di tutti, chiudendo in 2h27:23. La sua performance ha dimostrato che in questo sport la determinazione può superare la fama e le previsioni. Subito dopo di lei, hanno completato la top 8 l’americana Susanna Sullivan (4° posto), la finlandese Alisa Vainio (5°), la bahrainita Shitaye Eshete (6°), la giapponese Kana Kobayashi (7°) e l’altra americana Jessica McClain (8°).
Per l’Italia, l’unica atleta in gara, Rebecca Lonedo, ha concluso la sua prova con onore. Con un tempo di 2h33:40, si è piazzata al 20° posto, un risultato solido in una gara di altissimo livello. La sua performance è un segnale incoraggiante per il futuro della maratona italiana in un contesto mondiale estremamente competitivo.

