Fonte: Instagram: asjacogliandro https://www.instagram.com/p/C6a2jWfoqUH/

Perugia, Italia – Un’accusa pesante scuote il mondo della pallavolo femminile italiana. Asja Cogliandro, centrale della formazione di Serie A1 di Perugia, ha denunciato a “La Stampa” di essere stata allontanata dalla sua squadra perché incinta. Nonostante il suo nome figuri ancora nel roster del club umbro, la giocatrice classe 1996 sostiene di essere stata praticamente estromessa dalla società.

La scoperta della gravidanza e il rapidissimo cambio di scenario

La vicenda, raccontata con amarezza da Cogliandro, ha inizio alcuni mesi dopo la firma del suo rinnovo contrattuale con il club perugino. La pallavolista ha scoperto di essere incinta e ha continuato ad allenarsi finché, per precauzione e timore per la vita che portava in grembo, ha deciso di rendere nota la sua condizione. “Il 21 gennaio mi alleno e ho paura, le compagne sono spaventate. Decido di dirlo, il giorno dopo lo comunico al direttore sportivo, che contentissimo mi abbraccia”, ha dichiarato Cogliandro, descrivendo un momento iniziale di comprensione e gioia.

Tuttavia, l’entusiasmo si è trasformato rapidamente in un’amara sorpresa: “Ma in un attimo lo scenario cambia, e le pressioni arrivano immediatamente. La società mi dice di lasciare casa e di restituire anche le mensilità già pagate. Diventano assertivi: ‘Devi andare via’”.

“Violenza psicologica” e la lotta per i diritti delle atlete

La rottura, secondo la giocatrice, è avvenuta per una cifra “stupida”, come la definisce lei stessa: “Tra la loro offerta e il dovuto fino a scadenza contratto ballano 12 mila euro, una cifra stupida: ma io ho subito una violenza psicologica“. Le parole di Cogliandro evidenziano non solo un presunto illecito contrattuale, ma anche il peso emotivo e psicologico di una situazione percepita come ingiusta e discriminatoria.

La denuncia di Asja Cogliandro non è un caso isolato, e la sua voce si alza proprio affinché questa situazione cambi e si possano ottenere maggiori tutele per le atlete. “Siamo co.co.co, non professioniste. Qualcosa è stato modificato, ma dovrebbero esserci più tutele”, ha affermato, sottolineando la precarietà contrattuale che spesso affligge le sportive in Italia. Il riferimento è alla condizione delle atlete che, non godendo dello status di professioniste, si trovano spesso prive di diritti fondamentali garantiti in altri settori.

“Se continuiamo ad accettare compromessi, non sarò l’ultima. È ora di dire basta”, ha concluso Cogliandro, lanciando un appello affinché la sua vicenda possa servire da monito e stimolare un dibattito serio sulla condizione delle sportive madri in Italia. La sua denuncia apre un faro su una problematica delicata, mettendo in luce la necessità di maggiori garanzie e tutele per le donne che scelgono di conciliare la carriera sportiva con la maternità. La speranza è che la sua coraggiosa testimonianza possa innescare un cambiamento significativo per il futuro dello sport femminile.